introspezione

In filosofia si afferma con Socrate per la prima volta l’esigenza dell’introspezione come riflessione dell’anima umana su di sé, intesa come psyche individuale. Per Socrate tutto il sapere è vano se non è ricondotto alla coscienza critica del proprio “io”, che è un sapere del sapere. L’autocoscienza è per lui il fondamento e la condizione suprema di ogni sapienza. «Conosci te stesso» fu il motto delfico che egli fece proprio, a voler dire: solo la conoscenza di sé e dei propri limiti rende l’uomo sapiente, oltre a indicargli la via della virtù e il presupposto morale della felicità. Per Socrate infatti una vita inconsapevole è indegna di essere vissuta.[2]

Lo sguardo interiore è uno strumento pratico di introspezione. Nei prossimi posts fornirò indicazioni utili per sperimentare di persona in piena autonomia.

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tutti connessi

Il mio nik  nome Tata! Penso che dovresti sapere che io vivo in Ucraina a Kiev!

Sufficientemente grande e bella citta!

In generale, ci sono nato e vivo a oggi!

Io non ti prende molto tempo!

Da quando ha apprezzato il tempo e non lo trascorrono in bianco!

Mi piacerebbe avere familiarita con questo uomo!

Ho 27 anni e voglio avere un rapporto serio e forte! Come una persona normale!

Per fare questo, e io mangio te ? non mi interessa flirtare e di socializzazione, sono molto stanco di questo!

Voglio trovare un uomo serio!

Che egli mi sostenga nei momenti difficili e, soprattutto, ha voluto essere con me e apprezzare il nostro rapporto!

Cerco un uomo, che mi poteva amare per la mia pace interiore, per il mio personaggio, per i miei valori della vita! Per me, non importa come si guarda, la cosa principale che si erano buone, l’uomo simpatico!

Per me, l’onesta e importante, il tuo mondo interiore, il tuo personaggio!

Non so cosa mi ha spinto a corrispondenza via Internet!

Ma ho deciso di provarlo!

Se, tuttavia, mi piace comunicare con voi! E sarete agio con me!

Poi cercheremo di soddisfare. ?

E saremo in grado di vedere in tempo reale!

Beh, forse si sono interessati alla domanda “perche sei tu?”

La mia ragazza ha conosciuto due anni fa con un uomo dall ‘Italia! Un anno fa, si e trasferita a vivere con lui a Roma!

Hanno un grazioso appartamento e sono molto amichevoli in diretta!

Al momento, mi chiama una visita! E forse presto faro il volo ad essa! Potremmo incontrare!

Vi e un’altra opzione che si arrivera a me! E poi faremo il volo in It Together!

Ma e il momento spettacolo. ?  Non dobbiamo guardare prima ?

Ancora una volta, sto cercando un buono, buono, onesto. che ha bisogno di una relazione seria.

Se sei cosi avanti alla vostra risposta. Se non sei pronto non sprecare il no non e il mio tempo.

Come ho detto, non ti distrarre! Mi auguro che non sia tolto molto tempo!

Cordiali saluti Tata

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tornar bambini

Firenze, 1978

Conservatorio Statale di Musica Luigi Cherubini

Cattedra di Chitarra Classica – Docente Alvaro Company

http://www.accademiachitarra.it/index.php?page=corso-triennale-alvaro-company

Ricordo (come può essere un ricordo 35 anni dopo…) di una sua lezione:

“Il Conservatorio è un istituto di formazione professionale. Uno strumentista professionista deve garantire al “committente” una qualità esecutiva a livello di maestria. Rimaniamo estremamente piatti su questo punto, non facciamoci prendere da romanticherie artistiche.

Partiamo da un punto base: l’unghia pizzica la corda, la corda vibra e produce un suono. E possiamo fermarci a questo fatto, non abbiamo bisogno d’altro per individuare il lavoro che aspetta lo studente.

Questo suono, rimanendo sempre piatti piatti, può essere bello o brutto, in ogni caso infinitamente migliorabile e sempre meno “casuale”, ovvero si può imparare consapevolmente a produrre lo specifico suono che sentiamo più adatto alla esecuzione musicale (tralascio di proposito ogni considerazione interpretativa).

Il suono prodotto da una corda messa in vibrazione è il risultato di un azione fisica, quindi articolare, muscolare, tendinea.  Se il corpo è contratto, il suono è contratto. Se pizzicate la corda usando solo l’ultima falange delle dita avrete un suono secco e corto, se usate tutte le falangi il suono diventa morbido e profondo.

Non si può produrre un suono “di pancia” se il corpo non è fluido e stabile, e il corpo non è fluido se la colonna vertebrale è bloccata, e il corpo non è stabile se non poggia saldamente per terra. Ovvero, se avete i piedi contratti, il suono ne risentirà…

Per cui se volete essere capaci di produrre il tipo di suono di cui sentite di avere bisogno mentre suonate, dovete riappropriarvi interamente del vostro corpo in modo che sia il duttile strumento della vostra intenzione. Ma il corpo è solo una parte di ciò che siamo, totalmente inscindibile dall’insieme…”

Questo è, a grandi linee, il ricordo che ho dell’insegnamento del Maestro Company.

Per tre anni mi sono dedicato a far partire il movimento del pizzicare una corda di chitarra da sempre più “lontano” dall’unghia delle dita, e ho avuto il piacere di sentire tutto il corpo partecipare alla produzione del suono, dai muscoli del cranio alle dita dei piedi. Un percorso affascinante che mi ha spalancato davanti una Via.

Alla fine degli anni 70 ho lasciato lo studio della chitarra e sono “travasato” nello Zazen, e poi Seitai e Aiki, fino alla pratica del suono del Kototama e al Fiore d’oro.

E dopo 35 anni ho sentito il bisogno di ritirare fuori la mia chitarra, l’ho liberata dalla crudele custodia in cui l’ho costretta nelle mie peregrinazioni, mi sono riletto lo Zen e il Tiro con l’Arco e ho ricominciato a suonare.

E’ emozionante risentire il corpo mobilitarsi in toto per  far vibrare le corde attraverso le unghie e produrre un suono intenso che mi rivolta come un guanto. Mi rivedo in mio figlio neonato che si contraeva dalla testa ai piedi quando aveva fame, e si rilasciava beato di colpo quando soddisfatto.

Forse ora capisco un po’ di più che cosa sia l’Arte di Tornar Bambini…

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è così importante che ci sia anch’io

Firenze, febbraio 1971

Società Teosofica

Meditazione di Kriya Yoga in astrale con Madras

 

Faccio l’augurio che nella filigrana del vostra sensazione esistenziale vi sia sempre serenamente presente il pensiero che viviamo su una minuscola palla di materia incandescente racchiusa da un sottile strato di roccia fredda, protetti dalle radiazioni solari solo da un velo di atmosfera, lanciati in una direzione ignota a una velocità di molte migliaia di chilometri all’ora.

A cosa serve meditare ogni dieci anni su questo? Non ci sono parole per spiegarlo, sembra così inutile… ma un giorno saprete che è stato importante averlo fatto.

 

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dimenticanza

Efficace la parola dimenticanza: qualcosa che se ne va dalla mente.

Vale la pena essere più precisi a questo proposito, perché c’è quella che viene chiamata la “piccola mente” e quella che viene chiamata la “grande mente”.

Quando si parla di dimenticanza ci si riferisce alla “piccola mente”, cioè la mente raziocinante, analitica, quella che ci aiuta a risolvere problemi e a far progetti sensati a breve termine.

Con “grande mente” invece ci si riferisce invece a quel qualcosa di noi che ha una memoria eterna e universale o, se preferite, che ha accesso completo alle informazioni presenti in questo universo.

Quando qualcosa che se ne è andato dalla piccola mente ritorna, allora parliamo di ricordo. Il ritorno è al cuore, quindi. Qui si apre una riflessione affascinante, ma anche troppo vasta per questo contesto. Ricordo solo che in giapponese la parola “shin” indica sia il cuore che la mente, come se pensiero e sentimento non potessero essere scissi.

Nel Fiore d’Oro si parla di dimenticanza nei termini di “dimenticarsi di se stesso”. E’ un fenomeno ben conosciuto, descritto anche con “rapimento”, “non essere in sé”, “fuori di testa” e altro a seconda delle circostanze in cui si verifica, e ha la caratteristica di essere eccezionale e temporaneo.

Se in una persona la “piccola mente” assume una posizione dominante, da un certo momento in poi questa persona entra in un turbine centrifugo permanente, perde la sensazione di sé e non ha più accesso alla memoria della “grande mente”. Se le viene detto: fermati un attimo e guardati in che condizione sei, non capisce neanche il senso di queste parole.

Questa è lo stato di dimenticanza di cui parla il Fiore d’Oro.

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luce

Per vedere bisogna che ci sia luce, se non c’è bisogna “farla”.

Sono state dette cose molto interessanti e belle in proposito.

Una per tutte: basta la luce di una candela per annullare in un istante milioni di anni di buio.

Gli occhi sono tarati per vedere una fascia precisa di frequenze, ciò che “vediamo” è una parte infinitesima dell’intero spettro. Questo vale per tutti i nostri sensi organici, ed è questa “limitazione” che ci permette di essere la forma di vita che siamo.

Questa semplice considerazione è una potente inspirazione.

Quando volgiamo lo sguardo all’interno la situazione cambia. L’intenzione stessa di vedere crea la luce necessaria a vedere, non abbiamo bisogno di “far luce” per vedere, è lo sguardo che in sé è portatore di luce. Non dipendiamo più dal sole o da una candela.

E ciò che vediamo ha una sua luce propria, è impossibile distinguere tra la luce creata dallo sguardo e quella di cui il nostro interno è autonomamente dotata.

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paraocchi

paraocchi [pa-ra-òc-chi] s.m. inv.
  • • Coppia di pezzi di cuoio cuciti lateralmente alla testiera del cavallo per impedirgli la visuale ed evitare così che, disturbato, si imbizzarrisca || figg.con i o il p., senza tenere conto di quanto pensano o fanno gli altri:ragionare con i p. | avere, mettersi i o il p., ignorare o volere ignorare l’evidenza
  • • sec. XVI

L’analogia dei paraocchi nel campo del “vedere” è diffusissima, forse al pari con quella degli occhiali con lenti colorate, forse seconda solo all’analogia dell’illuminazione.

Per vedere ci vuole luce, per vedere correttamente bisogna togliersi gli occhiali, per avere una visione d’insieme bisogna togliersi i paraocchi.

La pratica del Fiore d’Oro consiste nel guardarsi interiormente. Mi sono venuti in mente i paraocchi perché è come se ne avessimo anche un paio che ci impediscono di vedere dentro di noi.

Forse è solo una questione di abitudine a guardare solo fuori di noi, per cui non ci viene nemmeno in mente che possiamo guardarci anche dentro.

E’ stato forse alla fine degli anni settanta che ho sentito per la prima volta l’espressione “panorama interiore” e mi è subito piaciuta.

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